Il Falo' dell'Immacolata

Il significato religioso dei Falò

Il Falò della Vigilia dell’Immacolata rappresenta una tradizione paesana che si consuma da tempi immemori.

La simbologia di tutte le “fanove” è quella di fugare le tenebre, anche invernali, per far posto alla stagione della luce. Il fuoco, purificatore e rigeneratore, distrugge ciò che è vecchio e crea ciò che è nuovo, trasformando la materia. I “sarmenti” delle vigne, i rami degli alberi, i tronchi disboscati, utilizzati per il falò, una volta dati alle fiamme, ritornano nei campi sotto forma di cenere, ricca di potassio e molto utile al terreno.

Era un rito pagano, infatti, fecondare la terra con aspersione di cenere sacra, ricavata dalla fanova benedetta.

Vi è quindi, nell’usanza di accendere i fuochi, una perfetta simbiosi tra natura e cultura, tra fede religiosa e rispetto delle coltivazioni agricole.

L’accensione della fanova era un rito pagano, divenuto poi una tradizione cristiana in onore dell’Immacolata Concezione; i contadini intendevano così ringraziare la Madonna per il raccolto e per la fertilità del terreno.

Secondo una credenza popolare, quella dell’accensione del falò, ricorda la Madonna che asciuga i panni lavati del Bambin Gesù.

La Vigilia comportava il digiuno “per penitenza”, sotto forma di privazione del cibo per una migliore aspettativa di fede.

 

Cultura e tradizione popolare

La Vigilia dell’Immacolata e “i fcazzedd”

 

La sera del 7 Dicembre, Vigilia dell’Immacolata, si accendevano i Falò (o “Fanove”). Alcuni giorni prima, si cominciava, ad opera dei ragazzi, a raccogliere la legna offerta dal vicinato o comunque direttamente dalle campagne.

Le donne, la notte precedente facevano lievitare “i Fcazzedd” che avrebbero, poi, cotto nel camino di casa o nei forni del paese.

Si usava fare il digiuno fino alle ore 18:00; i contadini a quell’ora si erano già ritirati dai campi, eccezionalmente presto per quel giorno.

I ragazzi, o chi non poteva fare il digiuno, a mezzogiorno consumavano pasta condita con mollica soffritta ed alici salate.

A sera, al rientro dai campi, si usava mangiare la “laghn a’rezz” fatta in casa, con baccalà in umido, accompagnando il tutto con verdeca o vino primitivo.

Verso le ore 19:00 avveniva la fatidica accensione della catasta di legna.

Più tardi, con l’abbassarsi delle fiamme, i presenti si disponevano attorno alla Fanova per consumare i “fcazzedd”; quelle per i più grandi erano imbottite con alici spinate, olive snocciolate o peperoncini.

Separatamente, sotto la cenere, si arrostivano olive dolci, patate, cipolle e fave.

A coronare la serata, si intrecciavano storie, canti e balli popolari, accompagnati dall’ organetto.

A chiusura della giornata, per devozione, ed anche per il riscaldamento notturno, ognuno portava in casa un po’ di carboni ardenti, “che avevano bruciato i peccati”, utilizzando il braciere o lo scaldino.

Questa ricorrenza ad Adelfia, oggi come ieri, è molto sentita.

06/12/2007